DONNE CHE SCRIVONO: UN’ALTRA INGLESE SU CUI RIFLETTERE

Si chiama Ivy Compton-Burnett, è nata nel 1884 ed è venuta a mancare a Londra nel 1969. Sesta di 12 figli di un medico omeopata, una vita privata infelice, ma un talento per la scrittura che si è meritato anche la considerazione di Virginia Woolf, che definiva la propria scrittura di gran lunga inferiore alla verità amara e alla grande originalità di Miss Compton-Burnett. Cosa la distingue dalle altre numerose e talentate scrittrici britanniche? I dialoghi: aveva un’abilità unica nel raccontare le cose inserendo tutto nei dialoghi, fatti di frasi scarne, precise e spesso reiterate, quasi che le sue parole fossero un martello pneumatico. Non si può neanche dire che, in realtà, fosse una sceneggiatrice, perché chi legge attraversa le vicende narrate in maniera tradizionale, cioè come se leggesse un libro normale. Il più delle volte ci si trova davanti a delle domande, che finiscono spesso nel vuoto, ma il fascino del racconto è notevole, i suoi personaggi non esternano i loro sentimenti in modo plateale, ma li lasciano trasparire dalle parole, dirette, sintetiche. Chi volesse destreggiarsi ad immergersi in un suo libro, può impossessarsi di un’opera inedita appena uscita, Il capofamiglia, edito da Fazi, che è un esempio superbo della sua originale vena creativa. Il protagonista è un dispotico Duncan Edgeworth, attorno al quale si intrecciano eventi di ogni genere, compresa una tragedia. Ma in un mondo come quello attuale, fa quasi bene leggere un’opera del genere: le parole la fanno da padrone, esprimersi è una virtù.